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"The counting rice table"

Ritrovare il proprio autocontrollo con azioni semplici, quasi banali.

Questo è l’obiettivo di una delle ultime performance dell’ artista serba, e sucessivamente trapiantata a New York, Marina Abramovic.

Il Counting the rice è una delle tecniche più basilari del “metodo Abramovic”  e che l’artista ha sperimentato su di sé attraverso anni e anni di dedizione.

L’esercizio consiste nel separare e contare chicchi di riso e lenticchie per una durata minima di sei ore mantenendo una posizione seduta, per mettere alla prova i propri limiti fisici e psicologici nell’atto di trasformare un gesto quotidiano in un rituale di meditazione.

Da anni la Abramovic si impegna nella divulgazione di questo metodo di concentrazione al quale spera anche di dedicare una vera e propria scuola ad Hudson trasformando un vecchio edificio di 3000mq che lei stessa ha acquistato. Un progetto ambizioso che necessita di un numero ingente di energie creative come quelle del design e dell’architettura.

La performer ha scelto infatti Moroso come partner ufficiale di questo progetto dando vita ad una collezione di oggetti di design a serie limitata legati ai progetti del MAI (Marina Abramovic Institute) di cui il tavolo, progettato da Daniel Libeskind per contare i chicchi di riso, rappresenta un componente imprescindibile.

Il primo prototipo del “Counting rice table” fu presentato proprio in occasione della Settimana del mobile di Milano, versione che successivamente subì nuove configurazioni materiche. Da qui l’idea di farne una serie limitata in cemento, trasformando il tavolo da un oggetto funzionale ad un vero e proprio oggetto scultoreo da collezionismo.

Quello messo in atto da Marina è un vero e proprio incontro tra design e meditazione, una fusione che l’artista preferisce riassumere così:

Mettersi nelle condizioni di una separazione forzata. Una separazione necessaria dal nostro quotidiano. L’importante non è il compito di contare i semi in sé. Ma rendersi conto che l’operazione di conteggio è superflua. Il respiro scandisce il tempo.

Un’operazione semplicissima, ironica e inutile per la nostra società occidentale contemporanea, che se ripetuta a lungo diventa un’azione automatica. Automatica ma non immediata, perché necessita concentrazione fisica e mentale, e non permette di pensare a se stessi direttamente. Ma allo stesso tempo si è più che mai presenti. Una coscienza inconsapevole, viva e reale. Non pensare a se stessi come centro del mondo. E il mondo stesso si attutisce. Il contesto frastornante che ci circonda, i pensieri martellanti e i problemi spariscono. Come se intorno a quel luogo preparato si creasse una zona neutra / azzerata / pulita, in cui non si è intaccati dalle preoccupazioni e dalle ansie del quotidiano.

Da spettatore si avverte immediatamente lo scarto di energia. Il tavolo disegnato da Libeskind come oggetto vuoto/neutro, ha una forza latente che viene attivata dalla semplice presenza differente dei performer. Osservarli calma lo spirito.

Marina Abramovich